Matteo il blairiano alla prova lavoro

Oggi alla Camera la fiducia, quasi certamente, non c’è tempo per modifiche. Anche se la convocazione in giornata di un incontro tra governo e capigruppo della maggioranza allude a qualche modifica da concordare per il successivo passaggio in Senato. E’ la prima riforma blairiana del governo di Matteo Renzi, il decreto legge sul lavoro, prima tappa della riforma complessiva che verrà sancita nel Jobs Act. E bisogna fare in fretta, anche perché il decreto scade, meno di un mese. “E’ un’ottima riforma”, dice il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Leggi anche Lo Prete Sfida sinistra
14 AGO 20
Immagine di Matteo il blairiano alla prova lavoro
Oggi alla Camera la fiducia, quasi certamente, non c’è tempo per modifiche. Anche se la convocazione in giornata di un incontro tra governo e capigruppo della maggioranza allude a qualche modifica da concordare per il successivo passaggio in Senato. E’ la prima riforma blairiana del governo di Matteo Renzi, il decreto legge sul lavoro, prima tappa della riforma complessiva che verrà sancita nel Jobs Act. E bisogna fare in fretta, anche perché il decreto scade, meno di un mese. “E’ un’ottima riforma”, dice il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. “Serviva una risposta urgente alla necessità di rilanciare l’occupazione semplificando il ricorso al contratto a tempo determinato e all’apprendistato. Con questo decreto centriamo l’obiettivo”, ha detto il ministro. Ma il testo che sarà probabilmente approvato oggi viene criticato da Scelta civica e dal Nuovo centrodestra che accusano la sinistra interna al Pd di aver modificato il decreto in commissione Lavoro tradendo l’ispirazione originaria, e maggiormente riformista, che Renzi aveva voluto dare alla legge. Fonti renziane del Pd confermano al Foglio che la riforma è “buona” – come dice uno dei consiglieri del ministro Poletti – “ma la sinistra interna guidata da Cesare Damiano e Gianni Cuperlo, legata alla Cgil, è maggioranza in commissione Lavoro. Ci hanno costretti a modifiche che avremmo preferito non fare”. Ma il presidente del Consiglio, a un mese dalle elezioni europee, non vuole guai, e considera il risultato finale del decreto “una buona mediazione” con il gruppo rumoroso della minoranza interna. Pochi giorni fa, con tono minaccioso, Stefano Fassina, uno dei leader old labour del Pd, aveva detto che “sarebbe sbagliato insistere con la ricetta liberista. Il decreto sul lavoro va corretto”. In altri tempi, con le elezioni lontane, Renzi avrebbe definito gli autori dei mugugni “combattenti, rottami e reduci”. Forse il presidente del Consiglio lo pensa ancora, ma non ritiene sia il momento (non ancora) di ribadire il concetto. Alle europee vuole superare il risultato che Walter Veltroni ottenne nel 2008, e non ha nessuna intenzione di offrire l’immagine di un Pd diviso, malgrado le continue riunioni di “correntina” animate da Cuperlo e Fassina (e Massimo D’Alema: “Il Pd sta diventando un comitato elettorale. Non possiamo lasciarlo morire”). Per asfaltarli c’è tempo.

“La minoranza del Partito democratico è maggioranza all’interno della commissione Lavoro e blocca la riforme di Renzi”, dice Sergio Pizzolante, capogruppo di Ncd in commissione. “Renzi è un riformista blairiano, ma viene ostacolato dalla cultura sindacalista e antiriformista di un pezzo del suo partito che incredibilmente mette insieme la Cgil e la Confindustria, cioè i due grandi conservatorismi della politica sociale e del lavoro. Vorremmo aiutarlo a liberarsi da queste scorie. Bisogna vincere la retorica della precarietà, delle tutele e delle garanzie formalistiche, che producono disoccupazione”. L’occasione, dicono a Palazzo, arriverà presto, una volta approvato il decreto lavoro: sarà sul Jobs Act, la cui discussione comincerà dopo il voto per le europee, una volta chiusa la parentesi elettorale che spinge Renzi a uno sforzo – per lui difficoltoso – di cautela. La sua posizione, nei confronti della piccola fronda interna, non è in realtà mai cambiata: “La minoranza dovrà rispettare le decisioni del Pd. Dovrà seguire la maggioranza, come si è sempre fatto”. E d’altra parte, di fronte ai tentativi di ostacolare il percorso delle riforme, Renzi ripete sempre lo stesso minaccioso ragionamento: “Non ho firmato nessun contratto per restare attaccato alla poltrona. Non ho problemi da questo punto di vista. Io”. Il presidente del Consiglio sa benissimo che, se lasciasse la poltrona, le elezioni anticipate sarebbero inevitabili. E la minoranza del Pd non le vuole, anzi le teme come la peste. Dunque la ricetta renziana, per il momento, prevede piccole, insignificanti, concessioni “ai reduci e combattenti” della sinistra laburista. I conti si faranno dopo.
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